VINCITORE DEL CONCORSO LETTERARIO

"IL GIALLO DI ROMA E DEL LAZIO"

 

LE SETTE SFERE

di Walter Astori

ENNEPILIBRI

Vigilia di Natale 1939. Un libro custodito nell’Archivio Vaticano cela il segreto di un maestoso tesoro nascosto nel cuore di Roma. Tanti enigmi che si traducono in indizi, ognuno la chiave per il successivo. Sullo sfondo dei misteri della città eterna, s'incrociano le vicende di tanti personaggi: archeologi di fronte alla più grande scoperta della loro carriera, una coppia in fuga d'amore ed il cammino di redenzione di un giovane deluso dalla vita. Una caccia senza tregua attraverso le sette sfere mitraiche, una lotta contro il tempo per sventare il progetto criminale di una setta assetata di sangue ed anticipare uno spietato collezionista. Tra sensazionali rivelazioni e colpi di scena, un’avventura ad alta tensione alla scoperta di Mitra, Dio cosmico bandito dall’imperatore Teodosio nel 394, e le assonanze col culto cristiano. Semplici coincidenze o oscuri segreti nascosti per millenni dalla Chiesa?

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I primi capitoli

Per gustare l'inizio della storia

Prologo

7 settembre 394

La Bora dell’est soffiava impetuosamente lungo la piana alluvionale del fiume Frigido. Spazzava ogni cosa dagli accampamenti ed accecava i soldati che, stoici, cercavano i corpi dei compagni caduti tra le migliaia di cadaveri che affollavano desolatamente la vallata.
La sabbia era finissima, un limo leggero e volatile che, trascinato dal vento, sotterrava senza pietà ciò che rimaneva dei due giorni di battaglia.
Nella sua tenda, fortificata da terrapieni e palizzate che ne circondavano il perimetro, l’imperatore Teodosio sedeva gustando il sapore della vittoria. L’odore del sangue fresco s’insinuava nelle sue narici, trasmettendogli una sensazione d’invincibilità. Il suo nemico Arbogaste era stato furbo, l’aveva attirato in una trappola invitandolo all’attacco frontale per poi colpirlo ai lati. I suoi soldati erano caduti a fiotti, una vera carneficina, ma il barbaro condottiero non era stato pronto ad approfittarne. Aveva temporeggiato, ritardando il colpo di grazia che gli avrebbe consegnato la vittoria e Roma. Aveva concesso all’esercito dell’imperatore il tempo di riorganizzarsi, poi l’ira divina aveva fatto il resto. Una terribile bufera per oltre due ore si era scatenata sul campo di battaglia.
L’usurpatore Eugenio era caduto ed Arbogaste, da solo, non era riuscito a gestire la situazione. Invece di ascoltare Quiriliano e ritirarsi, aveva lasciato le truppe schierate in terreno aperto. I soldati, stremati da vento, grandine e pioggia avevano disertato in massa, abbandonando il loro generale ad una cocente sconfitta.
Teodosio ne era convinto, quella bufera era stata una punizione del Dio dei cristiani nei confronti di coloro che mettevano in discussione la sua natura divina, tentando una restaurazione del paganesimo. Non a caso Flaviano, prefetto del pretorio di Eugenio, giunto da Roma con centinaia di statue di Giove, che aveva disposto lungo il valico delle Alpi Giulie, era stato uno dei primi a morire e le sue statue scaraventate via dal forte vento.
Teodosio aveva imparato la lezione. Non si poteva sfidare un Dio così potente da schiacciare con la sua furia un intero esercito. Per il suo ritorno a Roma era già pronto l’editto che avrebbe bandito tutti i culti non cristiani dall’impero. I templi pagani andavano demoliti, sulle loro sacrileghe fondamenta sarebbero sorte nuove chiese.
Il suo fido Stilicone, abile condottiero di origine vandala, entrò nella tenda e si prostrò davanti all’imperatore.
«Cesare, il prigioniero è qui» annunciò.
«Bene, portatelo dentro.»
Teodosio si alzò ed avvertì un brivido di freddo. Si strinse nelle braccia ma non riuscì a trattenere un fremito.
Per la prima volta dalla vittoria si sentì debole. Tossì più volte, una serie di corti ansiti catarrosi, a metà strada tra sibili e sbuffi. Giorni e giorni di privazioni e stenti lo avevano sfiancato e nemmeno il pensiero del suo trionfo gli restituì vigoria.
Stilicone tornò dopo poco. Dietro di lui due soldati spinsero all’interno un prigioniero dall’aspetto fiero e indomito. Era incatenato e non opponeva resistenza. Serrava i pugni e guardava i suoi carcerieri con la superiorità di colui che non teme la propria sorte. Era a petto nudo, ma non tremava. Sembrava insensibile al freddo e a ciò che lo circondava.
«Il tuo Dio ti ha voltato le spalle, Quiriliano» esordì l’imperatore.
Il prigioniero mantenne gli occhi fissi sul suo interlocutore in un silenzio ostinato.
«Eugenio è morto» continuò Teodosio, «Arbogaste disperso, Flaviano morto e le sue statue di Giove spazzate vie dalla collera del Dio cristiano. Hai dimostrato di essere un uomo valoroso ed un soldato leale, rimanendo al fianco del tuo esercito anche ad un passo dalla capitolazione. Voglio essere clemente con te e concederti una possibilità di salvezza.»
Quiriliano rimase impassibile.
Teodosio si avvicinò e gli strinse entrambe le braccia.
«Ci sono dei terreni fertili in Spagna, rinnega la tua fede pagana, giura fedeltà al Dio cristiano e saranno tuoi. Potrai ritirarti e vivere in pace il resto della tua vita!»
«La fede non si compra con i terreni!» tuonò il prigioniero. «Io sono orgoglioso di ciò che sono e andrò incontro alla fine a testa alta, senza rinnegare il passato e il mio Dio. Puoi uccidermi se vuoi, ma sei arrivato tardi, il mio percorso è già segnato. La mia eredità è nascosta a Roma. Qualcun altro seguirà le tracce che ho lasciato e la mia fede non morirà mai!»
Teodosio lo schiaffeggiò con violenza.
«Stolto di un pagano! Osi rifiutare un atto di clemenza dell’imperatore?» respirò con affanno e tossì di nuovo. «Così sia! Uccidetelo e appendete la sua testa al palo più alto dell’accampamento! Tutti dovranno vedere che fine attende chi osa sfidarmi.»

Roma, 24 dicembre 1939 ore 00,05

La cantina, un ambiente quadrato, stipato di bauli e cianfrusaglie, era umida e piena di spifferi. Le mura lanuginose e incrostate di polvere. L’opaca luce di un paralume ad olio non era sufficiente a vincere l’oscurità e Valerio Verri si aiutava con il raggio danzante di una torcia elettrica. Stava aprendo una cassa piuttosto pesante, nella speranza di rinvenirvi qualche prezioso manufatto antico che non rendesse vano un intero pomeriggio di ricerca.
«Trovato niente di interessante?» domandò Gorgia entrando alle sue spalle.
«Niente di niente» rispose Verri senza voltarsi. «Solo inutile paccottiglia che non vorrebbero nemmeno in un mercatino rionale.»
«Strano, il vecchio trafficava molto con cimeli antichi. Deve esserci qualcosa. E’ sicuro di aver cercato bene?»
Verri finse di non sentirlo, reprimendo la collera che gli montava dentro già da un paio d’ore. Gorgia, piccolo delinquente noto alla polizia per furti e truffe, l’aveva cercato quella mattina per informarlo che un grosso commerciante di cuoio era morto tre giorni prima. L’eredità, contesa tra quattro figli, era ancora bloccata nel suo appartamento. Gorgia si era accordato con uno degli eredi per fare un sopralluogo, scovare ed eventualmente vendere gli oggetti di valore senza che i fratelli ne sapessero niente. Bisognava far presto però, anche gli altri coeredi avrebbero tentato una simile sortita.
Verri estrasse dalla cassa un servizio di tazzine da caffè. Ne prese una e la osservò perplesso. Scosse il capo, ormai rassegnato. Era scheggiata, dipinta da una mano malferma. Valore di mercato pari a zero. La strinse nel pugno e sentì i cocci frantumarsi senza resistenza tra le dita.
Si alzò, afferrò la mano di Gorgia e vi fece scivolare tutti i pezzi della tazzina.
«Ecco i tuoi cimeli antichi!» esclamò sardonico, «continua pure la ricerca, io ho finito. Qui non c’è niente che valga il mio tempo!»
Si avviò verso la porta, facendosi largo tra le cianfrusaglie sparse sul pavimento.
Era nervoso. Aveva annullato un appuntamento con un libraio di Gaeta per passare al setaccio quel seminterrato. Era stata una ricerca noiosa e soprattutto infruttuosa. Tempo buttato: dopo la ricognizione nella casa, spartana e arredata con mobilio pesante di scarso interesse, Gorgia gli aveva garantito che almeno la cantina doveva essere piena di tesori. Invece non avevano trovato nulla che valesse più dei lacci delle scarpe.
Ancora si domandava come avesse potuto dar ascolto ad un modesto truffatore che in passato aveva cercato più volte di ingannarlo, tentando di rifilargli libri antichi che di antico avevano solo l’autore. Era stata l’ubicazione della casa, alle porte del ghetto, a trarlo in inganno. Aveva sperato fosse appartenuta ad un ricco mercante ebreo, invece probabilmente era solo di un povero “diavolo” dal discutibile gusto.
«Aspetti, signor Verri» provò a trattenerlo Gorgia, «qui ci sono altri due bauli. Questo è chiuso da un lucchetto, magari troviamo qualcosa di importante!»
«Si, guarda se trovi il vaso da notte di Martin Lutero.»
Gorgia prese dalla tasca un paio di spilli. Armeggiò alcuni secondi con la serratura e la fece scattare. Aprì il baule e iniziò a rovistare all’interno.
Verri si trattenne sulla porta.
«Niente?» chiese con una vena d’insofferenza.
«Qui ci sono dei candelabri. Sono d’oro!»
«Ottone!»
«Ci sono anche dei libri, sembrano antichi» esclamò Gorgia, prendendone uno e soffiando via la polvere.
«Fammi vedere, questo è il mio campo» disse Verri, tornando indietro e strappandogli via il volume dalle mani.
Vi puntò il raggio della torcia e lo osservò attentamente. Il frontespizio recitava Opus Tertium di Ruggero Bacone.
Lo sfogliò. Le pagine erano ingiallite e consunte, scritte in corsivo con una grafia minuscola.
Verri sentì il cuore aumentare d’intensità. Nel XIII secolo Ruggero Bacone, soprannominato il Doctor mirabilis per la sua vasta cultura, aveva spedito quella e altre due opere a Papa Clemente IV come anticipazione di una grande enciclopedia delle scienze in quattro parti.
Questo libro sgualcito ed impolverato è veramente antico o si tratta dell’ennesima truffa organizzata da Gorgia? Si domandò mentalmente.
Improvvisamente avvertì quel tremore alla mano che lo colpiva sempre quando consultava un testo vecchio di centinaia di anni.
«Io non me ne intendo, quanto può valere?» chiese l’altro.
«Non lo so, dovrei effettuare alcune analisi per verificare l’esatta datazione storica. Se fosse uno dei volumi originali inviati da Bacone al Papa potresti partire per il Brasile domani e campare di rendita per il resto della tua vita.»
«Se fosse solo una copia?»
«Se risale al 1200 ci potremmo definire molto fortunati lo stesso!»
«Qui c’è qualcosa» esclamò Gorgia, estraendo dal baule un foglio ripiegato. «Potrebbe essere una lettera d’accompagno!»
«Ne dubito. Fa vedere.»
Verri prese il foglio. Era chiuso con un sigillo circolare raffigurante una pergamena arrotolata. Forse l’emblema di qualche studioso del passato.
«Passami il lume» ordinò.
Gorgia gli passò la lampada ad olio e Verri avvicinò il foglio alla fiamma. Dopo poco staccò il sigillo senza romperlo e dispiegò il foglio. Era effettivamente una lettera, ma posteriore rispetto al libro di Bacone. Scritta a mano con tratti rotondeggianti, era datata 5 maggio 1527, la vigilia del sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi.
Gli occhi di Verri volarono in fondo al foglio in cerca della firma. La lettera era stata scritta da un certo Leone Nori, un nome che non gli evocava alcun ricordo.

Roma 5 maggio 1527

Caro fratello,
è con sommo dispiacere che ti scrivo, questa potrebbe essere l’ultima volta che ci sentiamo. Purtroppo anche l’ennesimo tentativo di mediazione sembra esser stato vano, nemmeno i 60 mila ducati offerti dal sommo pontefice Clemente VII sono serviti ad evitare il massacro che ci aspetta. Von Frundsberg è morto in circostanze misteriose e con lui se ne è andata l’unica speranza di tenere a bada quell’orda di barbari inferociti e desiderosi di sangue dei lanzichenecchi. Per noi ormai non c’è più scampo, stiamo solo contando le ore che mancano alla fine. Un vecchio ebreo mi ha garantito di riuscire a passare le linee nemiche per consegnarti questa missiva. Mi è costato tutto l’oro che possedevo, ma tanto oro e ricchezze non hanno più alcuna importanza qui a Roma. Con la presente ti invio anche il manoscritto dei miei segreti alchemici, nella speranza che la mia arte non finisca con me. Purtroppo non sono riuscito a trafugare anche il De rebus bellorum di Quiriliano, l’opera di cui ti parlavo nella precedente lettera. Il vescovo Farnese me l’ha sottratta con l’inganno. Credo che abbia distrutto le parti in cui il valoroso generale romano tracciava il cammino da seguire. Io posso solo indicarti qual è la prima tappa del percorso della perfezione e della salute che devi seguire per trovare il tesoro che ci ha lasciato in eredità, miracolosamente sfuggito all’editto di Teodosio. Quando tutto sarà finito e la collera del Signore si sarà finalmente placata, ti prego di continuare a seguire la strada da me intrapresa. La prima tappa che dovrai raggiungere sarà nella galea tra i due ponti, nell’acqua di Esculapio di mitraica eredità. Mi rendo conto che non è molto come indicazione, sappi che sarà perfettamente inutile separata dal suo libro, ma confido nella tua intelligenza e nella tua sagacia.
Ti abbraccio con affetto.
Il tuo amato fratello
Leone Nori



«E’ un documento interessante?» domandò Gorgia, stufo del silenzio assorto dell’altro.
«No, non c’entra niente con il libro di Bacone, si tratta dell’ordinazione di un carico di pomodori da parte di un mercante veneziano. Un foglio senza valore» mentì Verri.
Lo ripiegò in fretta e lo infilò nella tasca, ansioso di uscire da quella cantina per rileggerlo con più calma e senza l’ingombrante presenza di un truffatore. Alcuni passaggi l’avevano colpito ed era curioso di approfondirli.
Chi era Quiriliano e perché non aveva mai sentito parlare di un’opera che s’intitolava “De rebus bellorum”?
Perché il vescovo Alessandro Farnese, poi divenuto Papa Paolo III, era stato così sollecito nel sottrarlo con l’inganno a Leone Nori?
Cosa nascondeva quel libro e a quale tesoro portava il percorso di salute e perfezione che Quiriliano aveva segnato?

Ore 00,20

Il cardinale Piero Franchi entrò nell’ultimo dei cinque ambienti rettangolari affiancati di quell’antico luogo di culto. Era nel piccolo vestibolo che costituiva la parte centrale del santuario. Osservò il pavimento lastricato da marmo e alabastro che conduceva all’arco in cui era custodito l’altare. Sfiorò la struttura con le dita e percorse l’intero perimetro dei due rilievi.
Ogni volta che entrava in quel luogo avvertiva una strana sensazione di misterioso e maestoso al tempo stesso, una sacralità celata ma presente e percepibile in ogni metro. Si guardò attorno e si domandò quante persone, nel corso dei secoli, si erano inginocchiate là per pregare.
Tutto era cominciato lì, circa diciassette anni prima, durante uno scavo archeologico. Allora non immaginava quanto si sarebbe spinto oltre, quanto avrebbe portato avanti il suo desiderio di riscossa e rivalsa. In quel periodo aveva covato solo sentimenti di odio e vendetta che, giorno dopo giorno, lo avevano spinto a delineare nella sua mente i contorni di un piano “geniale”.
Ora anni e anni di progetti stavano per concretizzarsi. Era pronto a dimostrare al mondo che, in quel lontano 6 febbraio 1922, si era perpetrata una delle più grandi ingiustizie della storia.
Stava per avvicinarsi al bancone in muratura, destinato al banchetto per i fedeli quando avvertì un rumore.
Di colpo s’irrigidì.
«Chi c’è?» urlò.
«Calma, Maestro, sono io» rispose l’altro visitatore avvicinandosi e facendosi riconoscere.
Franchi si tranquillizzò.
«Che fai qui?»
«Non sono riuscito a resistere. Dovevo tornare, questo posto mi attira come una calamita. Esercita un’attrazione quasi irresistibile.»
«La stessa sensazione che suscita in me. Da quando ho scoperto questa sorta di tempio, la mia vita gravita qui intorno.»
«Abbiamo costruito qualcosa d’importante qui dentro. E il merito è soprattutto tuo!»
Franchi sorrise, lusingato.
«Il merito è di tutti. Siamo stati uniti, ci siamo ampliati e siamo pronti ad affermare la nostra potenza e la nostra fede.»
L’altro si sedette accanto a Franchi. Sfregò le mani, poi vi soffiò sopra e le infilò nelle tasche della giacca.
«All’inizio ero incerto, non avevo ancora chiara quale fosse la distinzione tra il bene e il male» disse. «Mi ero lasciato ingannare e attrarre dalla luce di finti dei, ma tu, Maestro, hai riportato nel gregge questa pecorella smarrita. Finalmente ho capito cosa è giusto e cosa è sbagliato e sono pronto a battermi per veder affermata la nostra verità.»
Franchi gli passò una mano sui capelli e lo carezzò dolcemente come un padre col proprio figlio.
«È stato un cammino duro per tutti, una salita lunga e difficile, ma ora siamo quasi alla fine. Domani a quest’ora le nostre fatiche, le nostre battaglie saranno ripagate.»
«Quasi non mi sembra vero, Maestro. È un giorno così importante» scosse il capo, «ho paura che qualcosa possa andare storto, che non tutto funzioni.»
Franchi sorrise con fare condiscendente.
«È legittimo nutrire delle paure, ma tutto sarà perfetto. Domani ripasseremo le parti e faremo in modo da eliminare ogni possibilità d’errore. Sarà un trionfo, finalmente rinasceremo.»
L’altro s’inginocchiò ai piedi del cardinale. Gli prese la mano e la baciò
«Grazie di tutto, Maestro» disse con voce rotta dall’emozione.
Franchi lo aiutò a rialzarsi.
«Non devi ringraziare me, io sono solo una piccola parte dell’ingranaggio. Da solo non valgo nulla, la mia forza deriva dalla fede e da voi fedeli.»
«Posso abbracciarti, Maestro?»
Franchi annuì bonariamente, quasi commosso da tanta devozione. Spalancò le braccia e avvolse il suo discepolo in un caldo abbraccio. L’altro si appoggiò a lui, il capo sul petto. Estrasse la mano destra dalla tasca e la premette sul ventre del cardinale.
Franchi avvertì una lama penetrargli la pancia e scavare nelle sue interiora. Improvvisamente perse l’appoggio nelle gambe e cadde in ginocchio. L’altro mollò la presa e sfilò il pugnale.
Il sangue scorreva copioso. Il respiro del cardinale divenne corto e affannoso.
Incredulo, alzò gli occhi verso l’uomo che l’aveva appena pugnalato.
«Come hai potuto?» domandò con un filo di voce. «Ti ho sempre trattato come un figlio.»
«Mi dispiace, caro Maestro, ma ci sono interessi assai più grandi in palio. Questo è un gioco che non puoi più controllare.»
Lo spinse all’indietro e Franchi si riversò sul terreno in un lago di sangue.
L’altro lo guardò dall’alto in basso.
«Sappi che il tuo predicare non è stato vano, domani il mondo intero conoscerà la potenza del nostro Ordine!»