La Bora dell’est soffiava impetuosamente lungo la piana alluvionale del fiume Frigido. Spazzava ogni cosa dagli accampamenti ed accecava i soldati che, stoici, cercavano i corpi dei compagni caduti tra le migliaia di cadaveri che affollavano desolatamente la vallata.
La sabbia era finissima, un limo leggero e volatile che, trascinato dal vento, sotterrava senza pietà ciò che rimaneva dei due giorni di battaglia.
Nella sua tenda, fortificata da terrapieni e palizzate che ne circondavano il perimetro, l’imperatore Teodosio sedeva gustando il sapore della vittoria. L’odore del sangue fresco s’insinuava nelle sue narici, trasmettendogli una sensazione d’invincibilità. Il suo nemico Arbogaste era stato furbo, l’aveva attirato in una trappola invitandolo all’attacco frontale per poi colpirlo ai lati. I suoi soldati erano caduti a fiotti, una vera carneficina, ma il barbaro condottiero non era stato pronto ad approfittarne. Aveva temporeggiato, ritardando il colpo di grazia che gli avrebbe consegnato la vittoria e Roma. Aveva concesso all’esercito dell’imperatore il tempo di riorganizzarsi, poi l’ira divina aveva fatto il resto. Una terribile bufera per oltre due ore si era scatenata sul campo di battaglia.
L’usurpatore Eugenio era caduto ed Arbogaste, da solo, non era riuscito a gestire la situazione. Invece di ascoltare Quiriliano e ritirarsi, aveva lasciato le truppe schierate in terreno aperto. I soldati, stremati da vento, grandine e pioggia avevano disertato in massa, abbandonando il loro generale ad una cocente sconfitta.
Teodosio ne era convinto, quella bufera era stata una punizione del Dio dei cristiani nei confronti di coloro che mettevano in discussione la sua natura divina, tentando una restaurazione del paganesimo. Non a caso Flaviano, prefetto del pretorio di Eugenio, giunto da Roma con centinaia di statue di Giove, che aveva disposto lungo il valico delle Alpi Giulie, era stato uno dei primi a morire e le sue statue scaraventate via dal forte vento.
Teodosio aveva imparato la lezione. Non si poteva sfidare un Dio così potente da schiacciare con la sua furia un intero esercito. Per il suo ritorno a Roma era già pronto l’editto che avrebbe bandito tutti i culti non cristiani dall’impero. I templi pagani andavano demoliti, sulle loro sacrileghe fondamenta sarebbero sorte nuove chiese.
Il suo fido Stilicone, abile condottiero di origine vandala, entrò nella tenda e si prostrò davanti all’imperatore.
«Cesare, il prigioniero è qui» annunciò.
«Bene, portatelo dentro.»
Teodosio si alzò ed avvertì un brivido di freddo. Si strinse nelle braccia ma non riuscì a trattenere un fremito.
Per la prima volta dalla vittoria si sentì debole. Tossì più volte, una serie di corti ansiti catarrosi, a metà strada tra sibili e sbuffi. Giorni e giorni di privazioni e stenti lo avevano sfiancato e nemmeno il pensiero del suo trionfo gli restituì vigoria.
Stilicone tornò dopo poco. Dietro di lui due soldati spinsero all’interno un prigioniero dall’aspetto fiero e indomito. Era incatenato e non opponeva resistenza. Serrava i pugni e guardava i suoi carcerieri con la superiorità di colui che non teme la propria sorte. Era a petto nudo, ma non tremava. Sembrava insensibile al freddo e a ciò che lo circondava.
«Il tuo Dio ti ha voltato le spalle, Quiriliano» esordì l’imperatore.
Il prigioniero mantenne gli occhi fissi sul suo interlocutore in un silenzio ostinato.
«Eugenio è morto» continuò Teodosio, «Arbogaste disperso, Flaviano morto e le sue statue di Giove spazzate vie dalla collera del Dio cristiano. Hai dimostrato di essere un uomo valoroso ed un soldato leale, rimanendo al fianco del tuo esercito anche ad un passo dalla capitolazione. Voglio essere clemente con te e concederti una possibilità di salvezza.»
Quiriliano rimase impassibile.
Teodosio si avvicinò e gli strinse entrambe le braccia.
«Ci sono dei terreni fertili in Spagna, rinnega la tua fede pagana, giura fedeltà al Dio cristiano e saranno tuoi. Potrai ritirarti e vivere in pace il resto della tua vita!»
«La fede non si compra con i terreni!» tuonò il prigioniero. «Io sono orgoglioso di ciò che sono e andrò incontro alla fine a testa alta, senza rinnegare il passato e il mio Dio. Puoi uccidermi se vuoi, ma sei arrivato tardi, il mio percorso è già segnato. La mia eredità è nascosta a Roma. Qualcun altro seguirà le tracce che ho lasciato e la mia fede non morirà mai!»
Teodosio lo schiaffeggiò con violenza.
«Stolto di un pagano! Osi rifiutare un atto di clemenza dell’imperatore?» respirò con affanno e tossì di nuovo. «Così sia! Uccidetelo e appendete la sua testa al palo più alto dell’accampamento! Tutti dovranno vedere che fine attende chi osa sfidarmi.»
